a new society
progetto fotografico non concluso
fotografia digitale a colori (dal 2016)
Che cosa significa essere consapevoli?
a new society è un progetto fotografico digitale che esplora la coscienza umana come una condizione mutevole, piuttosto che come uno stato fisso. Riflette sull’attenzione a diversi livelli — la percezione del mondo esterno, il riconoscimento di sé e il confine instabile tra i due.
Le immagini propongono un’evoluzione simbolica del corpo e della mente.
Un feto appare nella testa invece che nell’utero — uno spostamento che mette in discussione l’origine, l’identità e la riproduzione come sistemi biologici e concettuali.
Questa figura non rappresenta una risoluzione.
Apre uno spazio di incertezza attorno alla trasformazione, alla conoscenza e ai limiti della percezione.
Il progetto si muove tra immaginazione e critica, interrogando quali forme di coscienza siano possibili e a quale costo esse emergano.
Piuttosto che proporre una società unificata, esplora il desiderio di unità — e la tensione che questo desiderio genera.



a new society è un progetto artistico e fotografico concettuale attualmente in corso.
Riunisce elementi scultorei, lavoro fotografico e figure simboliche come la maschera fetale e il bambino — oggetti che esistono tra forma e idea, immagine e metafora.
Il progetto si è sviluppato attraverso un lungo processo frammentato di costruzione e interruzione.
Alcune parti rimangono incomplete.
Questa incompletezza non è una limitazione, ma parte della sua struttura.
La maschera fetale e il bambino sono stati concepiti da me e sviluppati in collaborazione con Samuele Sulas, il cui contributo ha ampliato il linguaggio visivo e simbolico dell’opera.
Il progetto nasce da una sperimentazione sull’identità, la trasformazione e le narrazioni sociali costruite.
Si muove tra autorialità individuale e collaborazione, tra controllo e incertezza.
Lavorare a a new society ha significato uscire da metodi di pratica consolidati, confrontandosi con processi materiali e strutture concettuali instabili.
Piuttosto che risolversi in un esito definito, il progetto rimane aperto — modellato da interruzioni, revisioni e negoziazione continua.


L'INDIVIDUO



LA MADRE
La figura della Madre esiste tra forma grottesca e fragile bellezza, sospesa in uno stato di radicale disconnessione.
Dà alla luce un bambino che non può raggiungere.
Le sue braccia allungate rendono il gesto quasi impossibile — un corpo presente ma funzionalmente interrotto, incapace di completare l’atto del trattenere.
La scena si sviluppa come una condizione piuttosto che come una narrazione.
Una separazione tra presenza e contatto.
Sopra la composizione compaiono le parole: “Get me out of here.”
Un frammento di voce che emerge dal neonato — non come dialogo, ma come distanza.
Un desiderio di contatto che resta senza risposta.
Il progetto nasce da una domanda semplice: come può la nascita essere tradotta in immagine?
Dai primi schizzi ai disegni a inchiostro, il lavoro si è gradualmente spostato dalla rappresentazione alla costruzione.
L’opera finale incorpora il bambino nella struttura stessa dell’abito — una forma che agisce simultaneamente come grembo e confine.
Il volto della modella è coperto, non per cancellare l’identità, ma per reindirizzare l’attenzione verso il corpo come luogo di tensione, controllo e interruzione.

IL BAMBINO
Il bambino è simbolicamente intrappolato nel tessuto dell’abito materno, incapace di trovare separazione o contatto.
Il confine tra i corpi è instabile. Il bambino sembra emergere e, allo stesso tempo, essere riassorbito dalle pieghe del tessuto — sospeso tra presenza e scomparsa.
La sua forma è fragile e contorta, come trattenuta in una posizione che resiste al comfort, al movimento e a qualsiasi forma di risoluzione. In questo stato sospeso appare un frammento di voce: “Get me out of here.”
Un grido silenzioso che non si traduce in azione, ma rimane come pura tensione.
L’opera si sviluppa come una meditazione sulla nascita non come evento, ma come condizione — una struttura relazionale già fratturata alle sue origini.
L’abito diventa insieme contenitore e barriera, uno spazio in cui protezione e costrizione coesistono e si sovrappongono.
L’attenzione si sposta dall’identità alle dinamiche di relazione, dipendenza e separazione.
Ciò che emerge non è una narrazione della maternità, ma un sistema sospeso di connessione e distanza, privo di protezione, di abbraccio, quasi di indifferenza.
La prossimità dei corpi non si traduce in comprensione o cura.
Rivela invece la fragilità dei legami — il modo in cui la vicinanza può coesistere con una disconnessione radicale.
In questa immobilità, il lavoro ritorna a una domanda fondamentale:
cosa significa essere trattenuti, quando il contatto non diventa relazione?